Le Città

Città di retrovia, città di fronte.

Gennaio 1918 - Castelfranco Veneto

Questa guerra, forse più di tutte le altre, vide penetrare nella società standard e imposizioni simili a quelle sofferte nelle trincee dai soldati. 

Stare a Milano durante la Grande Guerra, o in altre città d'Europa, significa perdere in terre lontane amici e parenti, contare i pochi soldi per la diminuzione del potere d'acquisto, soffrire ulteriori limitazioni alla poca libertà ottenuta in anni di lotte sociali e civili.

Dicembre 1917 - Artiglieri francesi a Cornuda

Le comunità di retrovia, quelle a ridosso del fronte, vivono però qualcosa in più: il tuono e i lampi dei cannoni di un temporale sempre più vicino, le case diventate salmerie e caserme, l'afflusso di soldati morti e feriti che trasformano le città in ospedali e cimiteri.

I civili diventano attori della guerra, direttamente coinvolti nel conflitto vivendo in una terra occupata dal nemico o, pacificamente, dal proprio esercito. Sono molto simili infatti le restrizioni che subiscono i civili italiani della destra Piave rispetto a quelli della sinistra, sotto occupazione austroungarica. Non si tratta di un paragone azzardato, quanto delle semplice considerazione che esistono necessità comuni a tutti gli eserciti: non ci si riferisce infatti alle violenze sulla popolazione, quanto alle requisizioni e all'utilizzo di risorse e manodopera del territorio.

15 Giugno 1918 - La distruzione si avvicina

Vivere vicini alla linea del fronte non significa semplicemente dover assistere l'esercito, ma temere con esso la sconfitta. 


Se i soldati non reggono si fugge diventando profughi, perdendo tutto quello che si è costruito o risparmiato. 
Il temporale può spostarsi velocemente dalle montagne e invadere le pianure, come accadde dopo Caporetto, obbligando a fuggire non solo gli abitanti delle terre invase, ma anche gran parte di quelli presenti nei territori a ridosso del nuovo fronte: una massa di fuggiaschi di 600.000 persone.

24 Giugno 1918 - S.Andrea di Barbarano

La città non è quindi più quella che si conosceva, svuotata degli abitanti, occupata dai soldati, diventando un labirinto privo dei suoi punti di riferimento trasformati, spostati o abbattuti.

La Guerra mette in pausa la vita civile, interrotta dal regime marziale, che non restituisce ai sopravvissuti quasi nulla di quello che hanno perso o abbandonato.

Di qua, la campagna è come se fosse lontana dalla guerra, lontanissima. E’ coltivata con amore di religione, è rigogliosa di alberi, pettinata di vigne, è maestosa di bellezza e di ricchezza. E pare sacra. Ha in essa il segno della continuità della vita: riallaccia il passato di ieri a quello che noi speriamo il domani vittorioso. La guerra non l’ha ancòra toccata, quasi: e la guerra è tutt’intorno qui. La campagna è stata seminata, arata, coltivata sotto il fuoco, come una sfida. L’hanno voluta così i nostri soldati. A qualche chilometro più indietro del fiume si trova la popolazione civile. Ma più avanti solo i soldati son venuti: e l’hanno lavorata, e hanno falciato il fieno, e confidano in altri raccolti. In dietro, la popolazione civile è rimasta: uomini e donne e vecchi e fanciulli di prima, con i lavori di prima, fattisi ormai familiari alle cannonate e alle avventure della guerra. Grandi e piccoli girano per le loro faccende: e hanno pronta a tracolla la maschera contro i gas. Tutti, anche i ragazzi che vanno alla scuola, anche i bambini che giocano.

Arnaldo Fraccaroli, La Vittoria del Piave (Alfieri&Lacroix 1918) - pp. 8-9 – Le giornate della vigilia